Ice One: tutta la verità sul rap italiano

di 2bePOP - 12 maggio 2014

La verità? È normale che un teenager la cerchi tra le rime di un rapper che gli è quasi coetaneo, soprattutto se un brand lo ha incoronato con un cappellino e YouTube gli ha fornito un regno. Ma l’hip hop non è una cosa per ragazzini, anzi il pericolo è proprio cadere in questo tranello anagrafico.  Ice One ne è l’esempio.

Sebastiano è nato nel 1966 a Torino, ma è originario di Napoli e si considera partenopeo, anche se vive tra Ostia e Roma da decenni. È un classico esempio di sangue misto, per rifarsi a un altro caposaldo di questa saga. Però le vicende che accomunano e saldano Sebastiano Ruocco al rap vanno rintracciate molto  prima di quei 90 che tutti chiamano golden era.

Bisogna indietreggiare fino all’inizio degli 80, prima ancora che un film campione di incassi come Flashdance mostrasse al mondo, in un breve e  significativo spezzone, cosa fosse la break dance ispirando i primi passi di emuli desiderosi di diventare b-boy, Seby, allora, ballava ed  era già un dj. “Mettevo i dischi il giovedì, mandavo electro e funk, perché la disco mi è sempre stata sul cazzo”, ci racconta, prima di una jam capitolina, e poi continua a parlarci di quella Roma che fu: “il club era il Veleno e aveva una programmazione abbastanza varia, il sabato, sempre lì, metteva i dischi Jovanotti ma era irriconoscibile rispetto ad adesso: era un ciccione”; particolare, quest’ultimo, che, più che suonare come un pettegolezzo in linea con i vecchi spot della dottoressa Tirone, sembra accomunare il Lorenzo nazionale a quell’Iron T che, dopo aver smaltito un po’ di kg per ordine della Maionchi, ha dato ottimi risultati a nome Tiziano Ferro e ottenuto perdono in base a quella stessa vecchia equazione di Cecchetto basata sul peso specifico di una video star.

E se tra le parole di Sebastiano ci fosse davvero il bandolo di quel cordone che qualcuno ha confuso con l’ombelico del mondo? Restiamo in Italia però. Non accingiamoci a varcare la soglia di una cultura, quella hip hop, che negli Usa ha un’altra valenza e alte pecche.

Quali?

C’è da capire prima come si intrecciano queste storie così differenti.

L’esplosione del fenomeno, come si è detto, arriva con la break: “Ballavamo ovunque, ma il posto più gettonato era Galleria Colonna, in pieno centro, l’attuale Galleria Alberto Sordi, e posso vantarmi di aver insegnato i primi passi a Crash Kid nella Special Breaking Crew”. Quest’ultimo, per chi non lo sapesse, è stato un breaker italiano che ha avuto un’eco incredibile ovunque, grazie a forza e tenacia, diventando uno dei ballerini più rispettati nelle jam di mezza Europa, deceduto, poi, in circostanze tristissime, alla fine dei 90.

Prima di quel 97 che rappresenta un po’ il primo epilogo dei sogni in formato doppia H, o almeno di un’era, Ice One aveva realizzato diversi dischi in inglese, poi in italiano, sia come rapper che come produttore, anzi in veste di beat maker la storia è decisamente più articolata. All’epoca lavora in uno stoico negozio di dischi, Disfunzioni Musicali, mecca dei dj e dei collezionisti di tutta Italia, in più smanetta con un mucchio di batterie elettroniche e campionatori; tant’è che, addirittura, sul magazine Aelle, i tempi considerato organo di partito del rap italiano, tiene una rubrica sui mezzi del mestiere e sulle tecniche di campionamento e se lo può permettere: i suoi beat fanno ballare e rappare più di una generazione. “Sono il producer italiano che ha venduto di più: ho all’attivo 1000 pubblicazioni, ma  pubblicazioni reali, non in free download. Il cane se deve segnare il territorio fa tante pisciate ed io ho fatto così con i dischi”, ci spiega Seby, col tono del b-boy fiero di kaosiana memoria e un uso della metafora parecchio più antico e stradaiolo, che si ricollega direttamente alla old school.

Ma per chi ha prodotto tutti questi dischi e soprattutto perché? Il motivo ce lo spiega in un attimo accendendo i riflettori sul senso commerciale di quella che è stata la prima era d’oro del rap: “Nei primi 90 la discografia si è accorta che un disco rap costava poco e guadagnava tanto”

Per quanto riguarda invece la carriera di Sebastiano la storia è principalmente italiana e non si ferma al rap, anche perché Ice One non si è limitato ad incidere hip hop, anzi con diversi moniker ha realizzato pezzi e dischi in ambito elettronico, come i tre album sotto il nome Sensei, che strizzano l’occhio al trip hop, e ultimamente, tanto per citare una di queste sue avventure, un e.p. trap intitolato “ParT TimE TraP” dietro lo pseudonimo Gerard Metronome.

“Sia come dj che come producer mi sono sempre dedicato anche all’elettronica,  del resto non la considero un canale troppo diverso dall’hip hop e oltretutto la cosa all’occorrenza mi ha ricaricato” è una di quelle affermazioni che ci fa guardare Sebastiano da una prospettiva capace di racchiudere un universo intero, quello della back music degli ultimi 35 anni, senza la claustrofobia di chi non sa esaminare ed esplorare realtà e mondi comunicanti.

Certo, il rap gli ha concesso degli ottimi risultati.

Il suo brano più famoso? “Quelli che ben pensano, certamente, anche se poi Frankie Hi Nrg ha perso la testa e anche il resto: è uno che non si è mai comportato correttamente con nessuno e che non ha restituito quello che ha preso;  senza contare poi gli errori dei suoi discografici: nessuna delle major con le quali ha lavorato si è mai chiesta il motivo del successo di quel brano, insomma  non hanno avuto la scaltrezza di capire quanto il  ruolo di noi producer avesse contribuito e non sono riusciti a bissare i risultati”.

Difatti, Ice One è rimasto più in linea con i Colle Der Fomento, con i quali sta ancora collaborando per il loro album in uscita a breve. Si sono incontrati a uno Zulu party, al teatro Palladium, nel quartiere Garbatella. All’epoca si chiamavano Facce Da Culo e ci stavano dentro anche Giorgio e Davide dei Cor Veleno, o, almeno, sentendo i ricordi di Sebastiano sembra sia andata così: “Da quell’incontro avevamo stabilito di collaborare, ma subito dopo ho avuto un problemaccio lavorativo e quindi ho dovuto dilatare i tempi, dunque se per Massimo e Simone la cosa non ha comportato ripensamenti per gli altri invece pare sia stata pregiudicante”.  Non a caso, con Danno, che su 2bePOP abbiamo intervistato tempo fa (qui il link), pare che Ice One condivida ancora una certa avversione nei confronti del mercato discografico: “Quelli come Fibra mi sembra che facciano minialbum street finti, mentre vivono con una corte intorno, i loro pezzi sono per la gente e non della gente, e intonano brani che sono  frasi in loop da rimbecilliti, non capisco perché tengano le loro doti così nascoste: sono capaci di fare molto meglio” contesta Seby, salvo poi vedere comunque il bicchiere mezzo pieno: “Sono sempre stato contento del fatto che esista anche la musica di merda: almeno si nota facilmente la differenza con quella di qualità”.

Cosa è cambiato rispetto al passato? “Il diventare famosi è diventato nel rap un po’ immediato come se si trattasse dei tronisti”, rimprovera Sebastiano, che non abbandona però la nave e riapre con Irma Records la sua vecchia label, Mandibibola, ed è pronto a registrare  un nuovo disco, mentre tiene in piedi un mucchio di collaborazioni, tra le quali quella per l’album di Don Diegoh (col quale abbiamo chiacchierato tempo fa) e quella assieme a Kento ed Havoc dei Moob Deep.

Di certo è mutato il metodo di lavoro di Ice One: “Ormai produco con il computer: dopo che un ‘inondazione, anni fa, mi ha provocato un bel po’ di danni alle attrezzature, ho smesso di accumulare roba”, ci confida, in un’affermazione che sembra far riecheggiare la sua storica collaborazione con gli Assalti Frontali per l’album “Banditi”.

Cosa ricorda di quel periodo fatto di rap impegnato politicamente? “Le posse l’hip hop lo avevano studiato davvero poco, però avevano consapevolezza e infatti da quell’album abbiamo guadagnato in termini personali e non certo monetari, anche perché i centri sociali, in generale, in quel periodo, hanno affossato il mercato: i locali pagavano molto meglio ma avevano meno pubblico”.

Insomma, di anni e dischi ne sono passati tanti, eppure l’hip hop italiano sembra non sia mai riuscito a sconfinare verso gli Usa, restando, anche adesso che è tornato a dominare le classifiche, rap di serie b.

Ovviamente la verità in merito a questo divario un teenager non se la domanda neppure, salvo l’aver notato la figura di merda che ha fatto Emis Killa con Dj Premier, magari, una cosa scontata tra l’altro. Del resto anche i motivi reali sono scontati. Il preludio è il solito, anche per Ice One : “Siamo una colonia degli Usa, dunque importiamo modelli e loro non ci chiedono niente in cambio; anzi, 20 e più anni fa, i primi live degli americani qui a Roma erano esemplari per comprendere che divario ci fosse: loro ci rimanevano male di fronte alla presenza di un pubblico interamente composto da bianchi, si incazzavano e andavano via dopo performance lesinate da ogni punto di vista, era per via di una sorta di razzismo loro nei nostri confronti, Ice Cube all’epoca avrà suonato venti minuti ed anche i Naughty  By Nature hanno fatto lo stesso”.

Sebastiano è forse prevenuto?

Potrebbe anche essere ma lui c’era e poi non è stato forse Kool Herc, intervistato dai media italiani, a dire che il rap è diventato un affare talmente grosso da aver generato un presidente hip  hop? Chi sarebbe questo presidente? Lo stesso Obama che fa il guerrafondaio in giro per il mondo e che si presenta qui, con un esercito di guardie del corpo, per proporci l’acquisto di caccia bombardieri miliardari?  Ice One non ha dubbi: “Dopo secoli di sfruttamento i neri si accontentano di un mezzo risultato, del resto lo schiavismo c’è stato anche per colpa degli stessi africani: la tratta la gestivano tra di loro, e poi c’erano i negri da cortile pronti a tradire la propria gente per servire il padrone”.

E, sempre a stima del vero, anche questa può essere un’altra saggia metafora da oldschooler…

Stefano Cuzzocrea