God Bless The Boss

di Francesco Sapone - 17 luglio 2016

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La prima volta che vidi un concerto di Bruce Springsteen avevo diciotto anni, era il tour mondiale di “Born in The Usa”.Oggi manca esattamente una settimana al mio cinquantesimo compleanno ed ho appena assistito alla tappa romana del “The River Tour”. Il Boss e la leggendaria E Street Band continuano a stare sul palco per 4 ore e 10 minuti.

Non sono e non sono mai stato un fan sfegatato di Springsteen, lo conobbi grazie a Mister Fantasy, il programma televisivo rai dei primi anni 80. Il conduttore, Carlo Massarini, mandava sempre dei video live del giovane cantautore del New Jersey, che in patria era già leggenda. Rimasi colpito dall’intensità di quei concerti, dal contatto che Springsteen riusciva a creare col pubblico, dal suo darsi senza riserve e dalla compattezza della band/famiglia nella quale spiccavano Big Man e Little Steven. Iniziai quindi a recuperarne i dischi appassionandomi più al personaggio/musicista che non propriamente a tutta la sua produzione. Qualche anno dopo scoppiò la bomba ” Born in The Usa” e quindi il successo commerciale e la fama planetaria. Alla vigilia del mio esame di maturità quel tour già leggendario approdò a San Siro, decisi che valeva la pena ” scappare” da casa per un giorno, cosi come avevo già fatto due anni prima per i Police di Synchronicity. Decisi bene, e diventai dipendente da live di Springsteen. L’esame poi lo avevo superato con qualche affanno e le botte di mio padre mentre i Police, di cui ero anche fan maniacale, finirono per sciogliersi.
Oggi mi ritrovo qua,come per chiudere un cerchio. Puntuale ad una sorta di appuntamento fissato trent’anni addietro. C’è anche qualche lacrimuccia. Alla fine del concerto scorrono sui mega screen le immagini di Clarence Clemons e di Danny Federici. E’ passata tanta vita, abbiamo perso qualcuno che manca terribilmente, qualcun altro è arrivato. Il pubblico è quello delle grandi occasioni, c’è chi è vestito come se dovesse andare in discoteca, sfoggio di tatuaggi e barbe, t shirt del boss ma anche dei Guns and Roses e di Vasco. Un pubblico senza età, un pò come i Rolling Stones dello scorso anno e ci sono anche tanti padri con i loro figli. Siamo tutti al Circo Massimo, ” beautiful location” nella città più bella del mondo a celebrare il rock,n roll.

Quando il boss sale sul palco sulle note di “c’era una volta il west” il suo Daje Roma, vi amo, spinge via tutte le paure portandoci lontano dal terrore di chi colpisce anche quello che stiamo celebrando; la cultura, lo stare insieme lontani da ogni distinzione.Del resto Bruce Springsteen è sempre stato artista sensibile verso la lotta per l’affermazione dei diritti umani e di ogni altra libertà.
Sono le 20,15 e New York City Serenade pervade di magia il rosso tramonto della capitale.Una serie di cuori e dei cartelli con sopra scritti i titoli di alcune canzoni accolgono Bruce e la band. Lui sa che sarà una serata magica e allora sconvolge nell’ordine dei brani la scaletta. Badlands, Summertime Blues di Eddy Cochran e Boom Boom di John Lee Hooker. “Drive all night” e poi chiaramente tutto ” The River”. Emozionanti gli episodi acustici con chitarra e armonica così come la sequenza di Born in The Usa con Born To Run e Hungry Hearts,Because The Night e Dancing in the Dark. Non si chiude con la consueta Twist and Shout ma con Shout degli Isley Brothers suonata e cantata con i sessantamila per 12 minuti. Poi Thunder Road, col boss che lascia il palco poco dopo la mezzanotte.
Ad un concerto di Springsteen ti diverti e canti a squarciagola i tuoi ooooo o shalalàlla anche se non conosci nessuna delle sue canzoni. Lo spettacolo non è solo lui o la bandana di Little Steven, o il piano di Roy Bittan o le rullate furiose di Max Weinberg, lo spettacolo è il pubblico. C’è chi è là per ascoltare la storia di Tom Joad o quella dei reduci del vietnam, c’è chi della poetica del boss e della storia d’america che ha sempre cantato se ne sbatte ed è li solo per ballare o per Born in the Usa ( che poi è un pezzone). Bruce Springsteen e la sua band di settant’enni sono magia, sono il rock’n roll che non è mai morto, sono un esempio di umiltà e passione anche per chi fa il musicista per lavoro.
La festa è finita ed andiamo in pace ed in corteo verso il colosseo. Appagato come non mai tra e me e me penso che Ho rosicato nel vedere dei bambini saltare e ballare con le loro cuffie, il mio è ancora troppo piccolo anche se spesso imbraccia la chitarra col il piglio giusto. Magari una di queste sere gli racconterò la storia di tre amici americani “c’era una volta uno che lo chiamavano il Boss e suoi amici Little Steven, uno col bandana , e Big Man, un gigante nero che suonava il sax. Grazie a loro abbiamo saltato, ballato, ed abbiamo vissuto l’america anche se non ci siamo mai stati. Era solo rock’n roll ma ci piaceva”.